Le attività della sezione convertiva hanno lo scopo di determinare la completa formazione dell’animvs religiosvs romanvs, e dunque di costituire la migliore condizione per esercitare l’officivm della pietas. Il religiosvs romanvs è presentato in maniera esemplare nell’Eneide, nella figura di Enea, Egli, perfetto pivs, attua completamente la disposizione del Fato. Le nozioni di Fas e Fatvm sono fondamentali nella religione romano-italiana. Fas indica l’unità sintetica delle cause, delle misure di tutte le cose eternamente coessenziali al Principio dell’Intelletto Divino, il quale costituisce l’unità della misura di tutte le cose, il Principio che sostiene permanentemente il loro essere eterno. Fas, in quanto unità essenziale delle cause divine di manifestazione, coincide con l’essenza intima della Mens di Ivpiter, Dio Padre. Fatvm invece è l’articolazione delle cause essenziali, unificate nell’Intelletto Divino, negli effetti, negli enti esistenti, mediante il Verbvm-Ratio universale. Questa articolazione avviene necessariamente ed inevitabilmente, secondo l’immutabilità e l’invariabilità delle cause divine. Ogni sviluppo causale universale è dunque espressione del Fas nel Fatvm, in ogni ordine e grado dell’esistenza, ogni ente determinato nell’esistenza perciò, ha uno scopo precostituito dal suo Fas essenziale, e dunque una direzione finale determinata, corrispondente alla piena attualizzazione della sua essenza, questa direzione finale costituisce il suo Fatvm. Ogni ente è correlato alla sua essenza da un rapporto causativo e altresì conservativo, a cui presiede la Providentia, la quale opera affinché l’effetto esistente permanga sempre nella sua causa essenziale, rendendolo perciò sempre buono in quanto stabile nel Bene.
In virtù dell’ordine fatale non esiste nulla di casuale nell’universo, ma tutto procede secondo il Fatvm. La necessitas segue il Fatvm e rende sempre ogni sviluppo conforme al Bene. Alle concatenazioni necessarie del Fatvm segue anche Ivstitia, la quale è mantenimento dello Ivs di ogni ente, della sua ragione formale, nella stabilità del Fas.
Ivs-stat è ciò che mantiene la misura dell’esistente, Ivs, in accordo con la misura essenziale, Fas. La riconduzione ininterrotta dello Ivs di tutti gli enti al Fas è opera di Ivstitia, in ogni ordine e grado del mondo, essa compone in modo bilanciato tutti gli eventi, affinché la causalità di azione e reazione rimanga sempre unitaria e armonica, perché la perfezione finale del Tutto sia sempre rispettata. In quanto ristabilimento continuo dell’ordine dello Ivs, Ivstitia si presenta anche come Nemesis.
L’essenza ultima della persona umana coincide con l’Animvs eterno del Primo Padre, mentre nell’ordine dell’esistente l’animvs determinato esprime l’immanenza del Primo Padre nel piano specifico della manifestazione. Nell’uomo, l’animvs costituisce dunque una teofania del Primo Padre, perciò esso presentifica la Persona Divina Universale nel mondo sensibile e rende così perfetta la manifestazione, completando l’attuazione gloriosa della potenza paterna e facendo il mondo interamente positivo e divino.
L’animvs divinvs, nella sua piena attualità originale presentifica, al principio dell’umanità, il Devs Satvrnvs, Re dell’età aurea, nel quale è resa immanente la Sapientia Aeterna dell’Essere intelligibile primo. La teofania sensibile primordiale costituisce l’ultimo passaggio della mediazione del Principio Divino nei gradi ipostatici dell’Essere, e perciò anche l’ultimo grado della religio, dell’azione mediatrice dell’Essere a se stesso nei suoi diversi stati e, allo stesso modo, la rilettura-rilegatura di tutti gli stati distinti dalla mediazione catabasica, nell’unità dell’Essere stesso. La perfezione dell’attuazione della religio, nel suo stato originale, era fondata sulla immanenza della Sapientia Aeterna, nel principio dell’umanità nessuna alterità sussisteva fra Essere ed esistere, fra ordine divino e ordine umano. La religio primordialis era così attuata senza sforzo e con essa era stabilita la Pax Divina e la Ivstitia relativa, e dunque la piena conformità dell’esistente, Ivs, all’essenziale, Fas, senza alcun disallineamento.
La pietas, l’azione che accorda, pacifica e unifica esistenza ed Essere, era compiuta dall’animo divino nell’immobilità della contemplazione perfetta del Fas, perciò esso attuava la perfezione plenaria del Fatvm, senza alterità. La religio e, dunque, la pietas che ne è l’azione operativa, costituiscono l’ufficio proprio dell’animvs. Ob-ficivm è ciò che l’ente determinato deve “fare innanzitutto”, perché è ciò per cui quel dato ente è stato costituito nell’ordine del Tutto. Ne deriva che lo stato normale dell’animo, conforme alla norma, alla sua ragione essenziale, Ivstvs, è lo stato religioso, qualsiasi altro stato è anormale, inivstvs. Non solo. Un ente è nel bene, e perciò è buono, solo quando agisce in conformità alla sua essenza, fino alla sua completa attualizzazione, che lo stabilizza nella beatitvdo e nella vita beata. Per l’animvs non compiere il suo ufficio, cioè non essere religioso, equivale a non essere nel bene, e perciò ad essere soggetto al male, a giacere nella malignitas e a fare vita malvagia, con tutto ciò che questa comporta.
Nella religione romano-italiana, chi non compie il suo officio, e perciò non dà atto a quanto è disposto fatalmente per il suo essere essenziale, è delinqvens, non rende ciò che è dovuto, cioè non corrisponde con l’atto di esistere finalizzato al suo bene a quanto il Dio ha disposto essenzialmente per lui, secondo il Fas. Delinqvens è perciò colui che non rende il dovuto a Dio e quindi devia dalla via della Ivstitia.
La perfezione originaria dell’attualità dell’Essere divino nell’immanenza, espressa nella religione aurea primordiale, si è trasmessa nel ciclo della tradizione italico-romana per vie e gradi diversi. La disposizione dello stato di compiutezza divina della persona e della vita religiosa si è però ridotto nei millenni ad una ristretta élite, già al tempo della fondazione dell’Urbe Divina non era più presente in tutta l’umanità italica. La teofania romulea e la costituzione plenaria del primo senato, concilivm svmmi dei, hanno riattualizzato nel principio della fondazione di Roma la situazione delle origini, perciò hanno restaurato la regalità divina saturnia, la pienezza della religione aurea e la relativa Pax Deorvm Hominvmqve.
La Verità Divina Totale, la perfetta Sapientia Aeterna, fondamento della divina religio e della compiuta pietas romana, fu posta da re Numa a principio della religione romano-italiana e a fondamento della civitas. Il depositario della Sapientia Aeterna, nella formulazione romana, è il Pontifex Maximvs, il quale costituisce il principio supremo del sacerdozio romano e governa i sacerdotes, le persone deputate a fare sacra ogni res, mettendola a parte per gli Dei. La vita esemplare di Numa1, costituisce l’esempio della ascesi romana alla perfetta sapientia e al culmine dell’avctoritas divina, dell’ascesi che ogni romano-italiano deve compiere, passando dalla soggezione alla bestialitas, attraverso il conseguimento della hvmanitas, all’attuazione compiuta della divinitas, attingendo l’apice della stessa.
I gradi di accesso alla Verità Divina integrale fondamentale sono quattro, la retta opinio, la scientia razionale, la sapientia intellettiva, la perfezione della sapientia ottenuta per compiuta identità ontologica col principio stesso dell’Intelletto Divino. Perché l’animvs possa esercitare in maniera elementare la pietas e dunque essere religioso, deve conseguire almeno il primo grado di partecipazione alla Verità Divina, la retta opinione, dalla quale può procedere eventualmente oltre. La retta opinione non può essere ottenuta senza la retta fede, la fede perciò è l’elemento basilare per integrare l’animo nella religione, nella tradizione divina del Mos Maiorvm.
'Qvod eo, credo, valebat, vt opiniones, qvas a maioribvs accepimvs de dis immortalibvs, sacra caerimonias religionesqve defenderem. Ego vero eas defendam semper semperqve defendi nec me ex ea opinione, qvam a maioribvs accepi de cvltv deorvm inmortalivm, vllivs vmqvam oratio avt docti avt indocti movebit.'
'…il che credo volesse dire che io devo difendere le opinioni sugli dei immortali che ci sono state tramandate dagli antenati, i riti, le cerimonie, le pratiche religiose. Io le difenderò sempre e sempre le ho difese, e il discorso di nessuno, sia egli dotto o ignorante, mi smuoverà dalle opinioni sul culto degli dei immortali che ho ricevuto dai maggiori.'(2)
La religione patria, accolta dai Maggiori, deve essere tutta creduta con fede ferma, ciò comporta lo stabilirsi nella retta opinione, che si è ricevuta dalla tradizione, sul culto degli Dei immortali, senza farsi turbare da discorsi (orationes) umane. La Sapientia Maiorvm non è oggetto di discussione, né dell’opinare vano degli impuri e degli empi, ad essa si deve fede ferma, anche senza ricevere alcuna dimostrazione razionale o filosofica della sua validità. La fede nei Maiores è una fede che si costituisce per autorità.
«Primvm qvidqve videamvs», inqvit, «et si id est primvm, qvod inter omnis nisi admodvm impios convenit, mihi qvidem ex animo exvri non potest, esse deos, id tamen ipsvm, qvod mihi persvasvm est avctoritate maiorvm, cvr ita sit nihil tv me doces.»
«Consideriamo, disse, ogni singolo punto. E’ vero che la prima affermazione, quella relativa alla esistenza degli dèi, trova tutti d’accordo, a meno che non si tratti di empi, e non c’è fuoco che riuscirebbe a cancellarla dalla mia mente: tu però non mi dimostri per quale ragione questa verità, di cui io sono fermamente convinto sulla base dell’autorità dei nostri antenati, sia veramente tale»(3)
La scepsi razionalista e la critica alla religione, la credulità e la superstizione, fondano sulla ignoranza e sulla superbia, elementi che caratterizzano l’empio. Queste condizioni richiedono una rettificazione laddove siano presenti, perché alienano l’animo da se stesso e dal suo ufficio divino. La prima elementare adesione alla Sapientia Maiorvm è data dalla fides, che si costituisce con l’atto iniziale del credere nella verità del Mos Maiorvm, un credere fondato sull’Avctoritas Maiorvm che ha determinato la fides del nostro popolo nel suo sviluppo plurimillenario.
Nella prassi convertiva, il soggetto comune afflitto da razionalismo scettico-critico, credulità, superstizione, indifferenza religiosa, o altro, è condotto alla fides-credo, alla costituzione dello stato elementare del pivs religioso romano-italiano. Questo stato è il solo che può garantire la basilare partecipazione alla religione patria.
L’individuo-ombra, chiuso nell’ignorantia-svperbia-vitivs, nella sezione preconvertiva ha portato a compimento la formazione della coscienza religiosa romano-italiana elementare, ma ciò non comporta l’adeguata presenza della fides-credo. Dopo aver percorso l’itinerario orientativo preliminare, la ragione umana si trova di fronte all’Autorità Divina dei Maiores, alla loro Sapientia sovraumana. Per potere partecipare ad essa, senza alterazione e corruzione, il soggetto deve sospendere il processo opinativo individuale, umano e profano, fondato sulla presunzione di conoscere la verità e di saper giudicare cosa sia bene e cosa sia male. L’azione dialogica soggettiva spoglierà il soggetto di questa sua illusione e farà sorgere in lui la fede autoritativa, oppure, adottando una dimostrazione filosofica razionale, che evidenzia il contenuto di verità e il fine perfetto di bene che il Mos Maiorvm presenta, lo condurrà alla fede, mediante una persuasione magistrale.
Il metodo adottato per condurre alla fides-credo è didascalico e dunque porta alla pistis didaskaliké, ovvero alla fides magistralis, raggiunta dopo l’avvenuta persuasione-credo, alla fine di una rigorosa dimostrazione della radicale insipienza del soggetto, confrontata con la certezza epistemica della sapienza su cui fonda la tradizione religiosa divina.
Il processo convertivo compiuto richiede due passi essenziali: l’insorgenza dell’istanza-motivazione religiosa che arresta la superbia raziocinativa-opinativa dell’individuo ombra; il conseguimento della disposizione-conversione che fa aderire essenzialmente e non solo coscienzialmente tutto l’animo alla Sapientia Maiorvm, coinvolgendo anche le potenze irrazionali e tutta la vita concreta della persona.
La conversio è il fine prodotto dal convertere, dall’azione a cui presiede Venvs Verticordia. Nel processo del convertere il vertere è essenziale. Vertere non è semplicemente volgere, voltare, tornare, ma presentando il verbo la radice vr-, presente anche in altri termini come vertice, verticale, virtù, ecc., il verbo indica un moto di rivolgimento verticale, un rimettersi eretto dell’ente, un porsi perpendicolare, in piedi, mediante una rotazione. È quest’ultimo il senso più attinente al termine conversione, in quanto esso indica un reinnalzamento completo dell’anima, la quale, al termine del processo, è perciò “convertita” e altresì conversa. Innalzarsi con, essere tutta verso, con, o per, specificano il risultato conclusivo del convertere. L’anima sottratta dall’assorbimento nel sensibile e nuovamente innalzata e rivolta all’intelligibile, è ricomposta nella sua retta disposizione.
La conversio assume anche lo specifico senso greco di epistrofhè, rivolgimento all’origine, ritorno all’apice dopo il moto processivo, dopo il moto esistenziale alienante che l’anima ha compiuto sprofondando nel corpo. La conversio ha inoltre il significato di periagaghè, rotazione interiore volta ad un innalzamento, infine la conversione è anche iniziale metaènoia, propriamente un atto di innalzamento del nous, dell’intelletto, che si pone al di là della dimensione nella quale ordinariamente staziona. L’innalzamento che avviene nella conversione implica un accesso dell’intelletto ad un grado superiore dell’essere. Ma la metanoia compiuta si avrà solo con l’acquisizione della perfetta sapienza divina e, con essa, della compiuta quiete. In ogni caso la conversione prevede il capovolgimento completo di tutta l’anima e quindi delle facoltà relative, perciò include anche una rivoluzione della vita pratica, aderendo l’anima all’intelletto, da cui deriva l’azione rituale.
L’anima soggetta alla compiuta catabasi, presenta una posizione capovolta, “pervertita”, rispetto al suo stato normale, essa ha finito per identificarsi al corpo ed assoggettarsi ad esso, perciò si è alienata da sé ed è vittima dell’allucinazione che la sensazione e il corpo procurano. La sua ragione è rivolta alla corporeità sensibile, la sua volontà è sottomessa all’ascendente della cupidità, la sua vita è orientata in modo bestiale alla conservazione animale e al piacere. Il processo convertivo rettifica questa situazione, perciò comporta una rivoluzione completa di tutta l’anima e delle sue facoltà relative, la quale viene riorientata al suo vero fine e perciò al suo bene. Il fulcro della conversione è l’animvs, il quale, conosciuta la sua alienazione, compie un primo rientro in se stesso, mediante un primo atto di autoconoscenza, nel quale si scopre soggetto non corporeo e non mortale.
… fondamento e base della purificazione è il conoscere se stesso in quanto animo, legato in una realtà estranea e di essenza diversa.(4)
Devm te igitvr scito esse.
Questo sappi, che tu sei un Dio. 5
Quest’ultima è la formula del Padre Cicero su cui si impernia la conversione iniziale e il principio dell’ascesa olimpica alla apoteosi. Una volta compiuta la conversione, l’ignoranza si muta in fides, la superbia in modestia, la tendenza concupiscente in amor Dei. È questo il primo riallineamento dell’animvs immanente all’Animvs trascendente, è questa la prima retta misura dell’essere determinato dell’animo dell’uomo, in conformità alla sua essenza. L’animvs consente la rotazione interiore dell’anima, mediante la conversio essa è distolta dal sensibile ed è rivolta all’intelligibile e dunque alla luce della Sapienza Divina, presentificata nella Sapientia Maiorvm. A questa sapientia l’anima aderisce interamente nella compiuta disposizione, perciò si presenta tutta concentrata e unificata all’oggetto di fede e amore, identificato dall’atto del credere che la conversio ha perfezionato, la Sapienza di Dio, nella forma della Sapientia Maiorvm. Ogni tendenza dell’anima viene così ancorata alla misura divina e ogni altra inclinazione viene disprezzata come falsa e ingiusta, quindi viene abbandonata. Preso atto che la Sapientia Divina non è presente nell’animvs e che l’animo compie azioni contrarie alla Volontà Divina e perciò maligne e ingiuste, il soggetto abbandona sia la presunzione superba di saper giudicare cosa sia il bene e il male, sia l’erronea convinzione di stare agendo secondo giustizia. A questa ripulsa iniziale dell’ignoranza-superbia, segue la costituzione elementare della recta opinio, mediante la recta fides nella misura della Volontà Divina espressa nel Mos Maiorvm.
Solo a queste condizioni si può dare avvio all’esercizio elementare della pietas, al seguire fedelmente, senza affermazioni distintive e superbe, il Fatvm. Accordare l’animo, il cuore, al Fatvm, equivale a seguire la Volontà Divina in ogni atto. Questa disposizione dell’animo pio romano-italiano è analoga al “seguire Dio”, modo proprio della disciplina filosofica che produce l’assimilazione-identificazione a Dio.
Una volta che l’animo, attraverso il dialogo ironico, ha fatto esperienza immediata della sua ignoranza circa la natura di sé, dell’Essere Divino, della Verità, del Bene, del Giusto, ecc., scopre la sua superbia, la sua presunzione, la fallacia della sua erudizione e della sua opinione umana, non fondate su Sapienza Divina, sulla Visione di Dio. L’azione magistrale spinge l’animo ad abbandonare l’affezione-immedesimazione all’ego-ombra sensibile, alle sue illusioni, alla relatività radicale della sua esperienza finita. Il magister fa desistere il superbo dalla volontà di sostituirsi a Dio, perciò lo induce ad un primo riconoscimento del limite umano, in senso generale, e del limite specifico dell’individuo particolare, consentendo la prima costituzione della modestia, preceduta da un atto di umiltà.
La disciplina filosofica, o lo stvdivm sapientiae, è il cuore della eusebeia o della pietas, in quanto è la retta conoscenza dell’Essere di Dio e del suo rapporto con l’essere dell’animo che dispone alla modestia, al timor Dei e alla pietas. La catarsi filosofica iniziale non è dunque un esercizio eruditivo, ma una disciplina religiosa, un grammo di pietas vale sempre più della montagna di erudizione di qualsiasi studioso profano. La conversione consente il superamento della vana indagine razionale esteriore della tradizione religiosa che accresce la superbia e la presunzione di sapere, da cui deriva l’illusione di essere, di avere realizzato ciò che ci si è rappresentato mediante l’operazione di erudizione. Il convertito è invece disposto secondo l’Autorità Divina degli Dei e dei Padri, ad essa tutto il suo essere è rettamente ordinato, così come devono esserlo la ragione all’intelletto e l’intelletto a Dio.
L’animo pio traduce in atto la conoscenza divina, a cui partecipa secondo retta opinione nella fede, e adotta uno stile di vita religioso romano-italiano che assimila a Dio, e dunque unifica in modo coerente alla Giustizia Divina tutte le operazioni della ragione e le azioni della vita, in ogni loro aspetto. Amare la disciplina, il notevole sforzo dell’ascesi religiosa virtuosa, è proprio del convertito che ha imboccato la via che porta alla sapienza e alla familiarità con gli Dei.
L’effettiva prassi religiosa implica perciò un cambiamento di vita, che oggi si presenta completo rispetto alla vita comune, del tutto antireligiosa, dunque prevede il distacco da ogni indirizzo empio o stolto, include inoltre l’accollo dell’onere di una vita religiosa compiuta, oggi molto impegnativa, perché svolgentesi in mezzo a molteplici contrarietà. Il vero religioso, e non l’individuo che sogna, che si agita in una religiosità fantasiosa, irrazionale, schizoide e non concreta, presenta una vita interamente conforme al Mos Maiorvm, alla prvdentia perfetta che esso esprime, perché Maiores nostri sono gli Avctores ed i Maestri della religio6. Occorre dunque volere essere in ogni atto vir vere romanvs, come il Padre Catone ci ha sempre indicato.
Il convertito è chiamato a lottare affinché sia rimossa dal suo animo in via definitiva ogni superbia, perché essa impedisce di amare gli Dei e i Maiores. In questo amare Dei e Maggiori, l’animo riceve il loro spirito e attiva la sua divinità essenziale. Fino a quando non presenta questo amore, in modo stabile e definitivo, l’animo non ha rimosso l’affermazione dello spirito umano e della sua superbia, lo Spirito Divino degli Dei e dei Maggiori non può prendere residenza nel suo cuore, perciò in esso non potrà stabilirsi il primo grado di qvies, né presentarsi la luce dell’avges, né potrà disporre del favore e della pax che tale influsso determina.
La prima stabilizzazione compiuta nell’amor Dei, e nella relativa fides, si attua solo al termine di ciò che nell’istituto religioso è considerato il compimento della pietas degli apollinari. Il Verbo Divino dei Padri giunge là dove è stata costituita la prima resa della superbia, ciò consente l’acquisizione della recta opinio, mediante l’attuazione della recta fides. Attraverso l’esercizio che consente di attuare la temperantia e la fortia, l’animvs giunge alla stabilità nella partecipazione alla Prvdentia Maiorvm, dunque può mantenersi fermo nell’ufficio divino proprio dell’animvs romano-italiano, mediante il quale partecipa al Fato di Roma-Italia e ne attua la pienezza.
Quando l’animvs del soggetto ha ottenuto una stabile dispositio religiosa, la conversione basilare è raggiunta. In virtù di tale stato, la persona può essere accolta nel sodalizio gentilizio nell’ordine superiore degli apollinei, così potrà compiere in modo coerente e completo, e secondo la massima efficacia, l’intero itinerario religioso, in accordo con il Fatvm romano-italiano, dimorando sempre in Dio. Il ragionare, il parlare, il sentire e l’agire, una volta stabilita la disposizione, dovranno essere sempre mantenuti in accordo col Mos Maiorvm, mediante una rigorosa disciplina morale e civile. Ogni azione si svolgerà secondo la Prvdentia Maiorvm nel rispetto dei sacra, degli ivra e dei mores, che mantengono l’animvs e l’intera persona nel suo stato buono e giusto. La tendenza ad opinare fuori dalla fede, dal Mos, a parlare e ad agire fuori dalla norma, dalla Sapienza di Dio, deve essere costantemente combattuta, contenendola prima, ed estirpandola poi. Con la compiuta conversione, la disciplina religiosa, volta a “debellare svperbos”, il superbo interiore, ha il suo inizio, dovrà essere continuata sino a quando ogni deviazione empia dalla Volontà Divina non sia stata rimossa, perciò fino alla piena attuazione della virtvs.
La sezione convertiva si sviluppa anch’essa attraverso tre fasi: